Il Matto

Capitolo XII

E così, senza dire niente, la strega girò l’ultima carta.

Se fosse la più importante, non lo saprò mai, perché neppure la commentò. Si limitò a ridere, ridere fragorosamente, come nei più riusciti romanzi Pirandelliani.

Dopo avermi fissato per un paio di minuti, lentamente, fece scorrere la sua sedia indietro, si alzò e si diresse in uno degli angoli bui della stanza. Lì scomparve. Non più un passo, non più un sospiro, neppure un rumore. Era svanita nel nulla.

Subito mi sbigottì, la aspettai anche, pensando che potesse tornare.

Ma avrei potuto aspettare tutte le ore del mondo, ma mai quella figura si sarebbe più fatta vedere. Ed ora? Cosa avevo guadagnato da quell’incontro?

Qual’era stato il senso di tutto ciò?

Ero solo, in un buio e pestilente scantinato, che qualche strana persona aveva arredato per far credere di essere in una sorta di realtà parallela, ispirata ai più malati racconti di Poe.

Avevo il doppio delle domande di prima, o quantomeno, avevo tutte quelle di prima, più una serie di nuove, ovviamente tutte legate a quel tetro microcosmo. L’unica cosa che ero riuscito a capire è che c’è qualcosa in me, nella mia testa, che non va. Tutti i miei problemi, le mie questioni, i miei principi erano stati minati dalle scaltre parole di una strega.

Ma basta domande, non ne potevo più di quell’aria asfittica.

Il respiro mi mancava e mi mancava pure il caldo sole autunnale, che ormai sembrava un lontano e flebile miraggio. Quel posto iniziava ad assomigliare allo scenario di uno dei miei peggiori incubi. C’è infatti un sogno che faccio spesso nell’ultimo periodo, simbolo di come le mie paure, mi attanagliano pure nel regno onirico.

Credo di avervene già parlato, ma a scarso di equivoci ve l’ho spiego meglio.

Per farvi intendere quanto, in quei funesti giorni d’un Settembre passato, le melliflue parole di fattucchiera mi fossero entrate nella testa.


Tutto inizia nella casa dei miei genitori, nel mio grande letto, o almeno, quello che è stato il mio letto, fino a poco prima di trasferirmi a Parma.

Siamo in piena notte, quando apro gli occhi. La prima cosa che noto, nel buio della mia stanza, è che la porta pian piano si apre, senza far rumore. Piccola parentesi, io dormo sempre con la porta chiusa.

Vi dicevo, la porta pian piano si apre, sino ad essere completamente spalancata.

Neanche un rumore, tutto tace, proprio come nell’antro. Ed eccola, la mia più grande paura, che come un'ombra sguscia dentro la mia stanza. Densa e lenta, scivola sin verso l’angolo opposto a me. Angolo che coincide col più lontano e scuro luogo della camera. Li si ferma e mi guarda.

Mi fissa coi suoi occhi malefici, gli stessi con cui mi guardava quella vecchia megera. Sta li quatta quatta in attesa di una mia mossa. La sua forma è qualcosa di mai visto. Ad un certo punto inizia ad avanzare verso di me. Mi agito.

Mi giro e rigiro nel tentativo di fare qualcosa, qualsiasi cosa. Sono però immobilizzato, inerme davanti al mio fato: il mio corpo non risponde. Vorrei urlare, provare a svegliare i miei genitori. Odio la solitudine, odio gestire i problemi da solo. Chissà se quel malefico male, ha già fatto visita anche a loro. Eppure non riesco, non riesco ad urlare. Le parole si strozzano in gola, e la mia volontà muore in un rantolo.

Non posso fare altro che accendere l’abat bajour.

Luce sacra, luce che manda via ogni incubo. Luce che rassicura, che ci guida nella notte spettrale. Riesco ad estrarre una mano, mi giro su un fianco. Arranco verso l’interruttore, ma sembra come sparito.

Ogni notte il sogno è lo stesso, ma il finale cambia. Qualche volta, non so come, riesco ad accendere il lume. Ed ecco che mi sveglio, la stanza è la mia, e la porta è chiusa.

Altre volte non ci riesco, l’ombra pian piano sale sul letto e mi fa suo. In modi che le umane parole non riescono neanche a descrivere. Cado in un vortice di mille e mille altri incubi in loop continuo. Esploro spaventosi universi lontani. A volte mi sembra di impazzire.

Poi mi sveglio, questa è l’unica costante, mi sveglio. O almeno credo.

Perchè so che se rimanessi anche solo un attimo in più in quel maledetto mondo potrei non tornare più savio. Perchè so che se fossi rimasto anche solo un attimo in più in quel maledetto antro sarei potuto diventare folle.


Ma ritorniamo all’antro, è il momento di concludere la storia.

Lentamente, spostai indietro la sedia. Mi alzai, e percorsi a ritroso i passi che solo qualche ora prima avevo fatto per entrare.

Mi sembravano passate settimane da quando avevo varcato la soglia di quel posto. Mi diressi verso le asfittiche scale. Le salì di corsa. Arrivato davanti al portone spinsi il pesante battente. Ed eccomi, ritornato nel mondo dei vivi. Fuori dal quell’orrido posto. Fuori dai miei pensieri.

Il caldo sole d’autunno aveva già iniziato a diminuire di intensità. Le ultime luci della giornata accendono la piccola via del mio borghetto di colori bellissimi. Finalmente posso tornare a respirare. Feci il restante tratto della via, sbucando ad un incrocio che mi sembra familiare. Da lì mi ricordavo la strada.

Mi girai per dare un'ultima occhiata all’arcana croce. Mi girai, ma la pesante insegna non c’era più. Dove caspita fosse finita non lo so. Non vidi più neanche il grande portone di quell’antro infernale.

Ma come non spiego e non comprendo molte cose, lascerò pure a questa mesmerica avventura il beneficio del dubbio. Che sia l’ultima beffa di quella malvagia megera?

Forse, ma non ho indagato allora, e sicuro non lo farò neanche oggi. Domani chissà.

Che mi sia immaginato tutto? Non credo, forse, ma basta pensarci.

Ci sono cose, ci sono storie che non si possono spiegare, e su cui sarebbe inutile porsi delle domande. E ciò che non riesco a comprendere lo lascio a chi può farlo.

Qualcuno avrà la risposta no?

L’importante, a questo punto è che questa avventura, questo mero fatto, tu non lo racconti a nessuno. Altrimenti qualcuno potrebbe prendermi per matto.

Non credi?