Il Morto

Capitolo XI

La carta seguente mi spiazzò.

“Il morto, vedo oscuri presagi nell’orizzonte delle carte”.

“Si spieghi meglio”.

“Nulla di buono si prospetta per voi”.

“Cos’è che può andare peggio?”

“Può andare tutto peggio. La morte, simboleggia la fine di un periodo, di un ciclo. Questo è quello che vedo. Il lavoro è a rischio. La ragazza non tornerà. E l’università, non sarà come vi aspettavate”. La megera sembrava aver emesso il suo verdetto.

Ma andava veramente ascoltata?

Ed io che mi ero pure illuso di poter avere delle risposte entrando là dentro.

All’improvviso, la vecchia trasse un grosso respiro e riprese con le sue elucubrazioni.

“Questo è quello che vedo, questo è quello che è. O quantomeno, questo è ciò che è adesso. Ma l’essere non è immutabile, è in potenza, capite? La tua vita, come la vita di tutti e l’universo stesso, si regge su un unico grande paradigma Kierkegaard, lo chiamava Aut - Aut. Il concetto in se è facile, o una cosa è, o non è.

Aut - Aut, o questo o quello, non una via di mezzo. Se si sta bene è solo perchè prima si è stati male. Se si può dire di essere felici è solo perchè prima si è conosciuto la tristezza.

Se si vive, non si è morti. Sta solamente a noi scegliere se rimanere bloccati in un eterno presente, o muoversi, a fatica certo, verso una nuova posizione, un nuovo essere, tutto da scoprire e da vivere. Vi ripeto, non confondete cambiamenti, con problemi.

L’unico vero problema è come arrivare alla tomba senza avere rimorsi. Perchè alla tomba ci si arriva, questa è la certezza. L’unica cosa che ci accomuna tutti. La differenza, l’unica vera differenza tra di noi, tra ognuno di noi, è come ci si arriva.”

Da qui la megera tacque e poi non aprì più bocca.

Aveva finito le sue diaboliche parole, ed io, giuro, non ne potevo più di quel posto.

Però proprio queste sue ultime frasi, un po’ tetre ed un po’ romantiche, non posso negare che mi affascinarono davvero. Non so se fosse per la dialettica, per la situazione in cui sono state pronunciate o per il momento che attraversavo. Ma quelle parole risuonano ancora oggi nella mia testa, ed ogni tanto mi fermo a pensare al loro significato. Magari prima di dormire, quando l’occhio è chiuso, e la mente, libera di vagare, tocca con mano tutti i luoghi dell’Iperuranio. Ed una delle domande più frequenti che mi pongo in questi momenti è quanto valgono i miei problemi, se paragonati al freddo sonno?

Cosa sono le mie questioni, se non un misero attimo di transizione tra uno stato dell’essere ad un altro? Fatto sta che da quando sono entrato in quel maledetto scantinato, da quando la vecchia ha girato quella carta, l’interrogativo sulla morte, se devo dirvela tutta, è una faccenda che mi ha molto preso. Non che prima, non ci avessi mai pensato, ma mai così tanto.

Saranno state tutte quelle storie, tutte con la trista falce come unico comune denominatore.

Ma qual’è il senso di esse? Perchè mi sono arrivate proprio in quel posto ed in quel momento? Non saprei proprio dire, e cerco ancora una risposta.

Ed allora per rimanere in tema, ve ne racconto un’ultima per farvi capire come io per primo una logica che leghi gli eventi, un senso alla mia vita faccio ancora fatica a trovarlo. Farò ricorso a tutti i cassetti della mia memoria, e perdonatemi, se di tanto in tanto salto un pezzo, ma i fatti di cui vi parlo sono successi davvero tanti anni fa.


Ero al mare coi miei genitori: di questo ne sono sicuro. Non è il massimo come punto di partenza, ma è già qualcosa. Non mi ricordo il perchè, ma decidemmo di andare a fare una gita in barca con degli amici.

Eravamo quindi due famiglie, la mia e questi altri ragazzi, madre, padre e figlia.

Lei, la figlia, credo si chiami Bianca o Stella. So per certo che ha un paio di anni in più di me, ma quanti anni avessimo in quel momento, proprio non me lo ricordo. Vi ribadisco ero veramente piccolo.

Affittammo una barca, abbastanza spaziosa per starci tutti.

Così, partimmo in una calda mattinata d’Agosto: direzione una piccola isoletta turistica.

Il sole picchiava forte. Eravamo in Puglia, il mare è lo Ionio, e l’acqua, cristallina, quel giorno era una tavola. C’erano tutti i presupposti per una bella gita.

Dopo un po’ che eravamo in viaggio, il motore di punto in bianco smise di funzionare.

In seguito udimmo un tonfo sordo: qualcosa era caduta in acqua.

Dopo una prima occhiata, scoprimmo che l’elica si era staccata ed era, vista la mole, inevitabilmente sprofondata. Chiamammo i soccorsi nautici, in una mezz’ora sarebbero dovuti arrivare. La gita non era dunque partita nel migliore dei modi. Ed un forte vento iniziava a portare le prime nuvole all’orizzonte.

Vi ripeto, è stato molto tempo fa e le immagini non sono troppo nitide. Ma mi parve che in un batter d’occhio il cielo si coprì e da piatto il mare che era, ora divenne decisamente mosso.

Quantomeno, questo, era ai miei piccoli occhi.

Fummo obbligati a metter giù l’ancora, per evitare di essere trasportati più al largo dalla corrente. Cosa avevamo fatto per far infuriare i grandi spettri del mare, proprio non lo so. I soccorsi tardavano, immagino a causa delle intemperie. Ed ormai era da un po’ che eravamo su quella dannata barca. Di una cosa sono sicuro, era ormai ora di pranzo, e di altre navi neanche l’ombra. Mangiammo coi pochi panini e bibite che ci eravamo portati dietro. Il mare intanto continuava a darci addosso.

Vento, pioggia ed onde si abbattevano contro la piccola barca. L'acqua entrava da tutte le parti. I padri cercavano di buttarne fuori il più possibile, ma era una guerra persa in partenza. Quale sciagura ci aveva lanciato contro il grande Poseidone?

Ad un certo punto, mi parve che anche i grandi pesci, facessero a gara per provare a rovesciare quell’innocente nave. Il grande kraken in persona venne a giocare con lo scafo dell’imbarcazione, mentre le sirene, da lontano, cantavano la loro funesta melodia, aizzando i grandi mostri del mare a spezzare la piccola ancora: unica ragione che ci impediva di finire tutti assieme nei torbidi abissi. Scilla e Cariddi dall’altra parte del mare ridevano guardandoci. Mi sembrava la fine. Eppure, il nubifragio passò.

Con la stessa velocità con cui arrivarono, le nubi si dileguarono. La pioggia smise di tamburellare sulle nostre teste. I grandi mostri marini ritornarono nelle loro tane, ormai stanchi del prolungato gioco. Il mare pian piano si riacquattò. Il grande leviatano ci liquidò come vecchi giocattoli, tornando mesto dalle profondità da cui proveniva.

Poco dopo arrivarono pure i soccorsi.

La nostra imbarcazione venne agganciata. Tutto pronto era per fare ritorno sulla terra ferma.

Non la gita che mi aspettavo, ma sicuramente un’avventura.

Mancava solo da levare l’ancora, l’ultimo motivo per cui eravamo ancora fermi.

L’unico motivo per cui eravamo ancora vivi.

Mio padre provò a riportarla a galla, ma nulla. Venne in aiutò l'altro ragazzo, il padre di Stella, o come si chiama. Pure in due non riuscirono. Si fecero, allora, dare una mano anche dagli uomini del soccorso nautico. Ma nulla, l’ancora non si muoveva.

Era forse quella l’ultima beffa di Poseidone?

Ci provammo tutti assieme. Servì uno sforzo immane per farla muovere. Pian piano la facemmo riemergere, ma qualcosa sembrava costantemente tirarla verso il basso. Come se il mondo marino, con tutti i suoi abitanti, facesse un tiro alla fune con gli sventurati uomini di terra. L’ancora infine venne tirata fuori dall’acqua. Accompagnata, oltre che dallo stupore generale, anche da un grosso cadavere, ai cui piedi erano legati, con due pesanti catene, blocchi di quello che penso potesse essere cemento.

Allertammo subito la polizia. Perdemmo un’altra ora ad aspettare le forze dell’ordine, poi potemmo tornare. Dunque era quello l’ennesimo scherzo del mare?

Il più grande paradosso: un morto che ci salva la vita.

Non so, ancora oggi.

Ma quella non fu la gita che avevamo pensato.

Capite, ora, quando dico, che un perchè al corso degli eventi, proprio non riesco a darlo?

Figuratevi se riesco a trovare un significato alle enigmatiche parole di quella megera.