Il Giudizio

Capitolo X


“Date peso a quello che gli altri dicono di voi?”

“Non troppo, perchè?”

“Perchè la carta del Giudizio, questo mi suggerisce. Solo ora comprendo la fonte delle vostre incertezze. Voi soffrite perché nessuno riconosce i vostri sforzi e sacrifici. Nessuno sembra dare il giusto peso , il giusto valore alle vostre azioni. Ecco da dove deriva il vostro stato d’animo. Sbaglio?”

Non risposi, così tornò ad incalzarmi.

“Ciò che ignorate, è che cambiamento non è sinonimo di problema. Vi è mai capitato di vivere una di quelle situazioni, dove siete fermamente convinti del vostro giudizio, ma nessuno sembra credervi?”- domandò la cartomante.

“Spesso” - le risposi - “Ecco, in quel momento voi siete matto, o quantomeno siete come i matti. Avete questo potere, potete parlare, argomentare quanto volete, ma nessuno vi crederà. Siete come me, potete leggere il futuro, ma vi prenderanno per ciarlatano.

Potete persino avvertire il mondo dell’imminente giudizio, della palese catastrofe. Ma che come i pazzi, verrete etichettato e relegato al ruolo del giullare di corte.

So che vi sentite così, come Cassandra nel poema Omerico. Come chi dice la verità, ma non viene creduto. Come un innocente condannato a morte. Ma la soluzione al vostro problema non risiede nelle azioni stesse di cui vi fate carico, ma nella vostra testa. È normale, che non tutti abbiano la stessa opinione in merito ad un argomento.

Prendete come esempio i vostri problemi, per voi sono gravi ed importanti. Al contrario io ci vedo solo una fase di transizione, una serie di cambiamenti. Stessa questione, due visioni, due giudizi diversi. E voi siete proprio finito in questo limbo, dove la vostra visione, forse troppo drammatica, si scontra con la realtà dei fatti. Questo genera il vostro malumore. Fortuna, giustizia e giudizio: le carte non mentono”.

“Non so, forse ingigantisco i problemi. Come dite voi, sono solo cambiamenti. Fatto sta che in questo periodo non sto bene. Odio che non vengano riconosciuti i miei sacrifici, odio essere ignorato, ed odio non essere preso sul serio. Un giorno quasi impazzì per una storia a cui nessuno credeva. Gliela racconto se mi promette di non giudicarmi male”.

“Certo, raccontate pure”.


“Ero, qualche anno fa, ad una di quelle uscite serali organizzate dalla parrocchia. Da bambino frequentavo l’oratorio del paese. E per l’occasione eravamo andati a dormire in un casolare di campagna, una di quelle vecchie case coloniali, ha presente?

Cenammo in compagnia nel grande giardino, poi qualche chiacchera, ed infine gli educatori ci proposero un grande classico: nascondino in notturna. Tempo che iniziassero la conta, ed io mi ero già diretto al confine della grande casa. Saltai il piccolo fosso, e mi imboscai nel campo di grano appena adiacente. Dopo un po’ di esplorazione arrivai al limite opposto. Sbucato fuori dalle spighe mi ritrovai davanti ad uno spettacolo abbastanza singolare. Si apriva davanti a me una vasta piana incolta. Nulla alla mia destra, nulla alla mia sinistra. L’unico particolare, che spiccava nella desolazione di quel luogo, era una luce lontana. Mi avvicinai. Raggiunta una postazione migliore, potei vedere meglio: alcune figure erano sedute attorno ad un fuoco. Vista la mia indole curiosa lentamente mi stesi sul terreno, per proseguire inosservato la mia attività di spionaggio.

Erano dei ragazzi? Che in una mite sera di primavera, si raccontavano storie di fantasmi davanti al falò, sotto il lume d'una magica falce di luna. Già mi immaginavano le tetre vicende narrate: vampiri, licantropi, e qualche spettro che infestava gotici manieri. Ed i ragazzetti, che al calore del tiepido fuoco, per farsi coraggio si stringevano l’un l’altro.

Un po’ li invidiai.

Passò qualche minuto, e con fare inquieto, altre figure si avvicinarono alla torcia campestre. Ora saranno stati in una decina. Eppure in quella desolata piana neanche un rumore, nemmeno i grilli cantavano, e neppure le rane dei vicini fossi gracchiavano. Non udì niente, nè un passo, nè una parola, neppure il crepitio della rossa fiamma.

L’atmosfera era spettrale.

Iniziai a pensare ad un ritrovo di tossici, eroinomani o che ne so. In tal caso, sarebbe stato meglio andarmene, ed anche alla svelta. Ma la mia maledetta curiosità, mi teneva bloccato lì, ad assistere a quel sinistro spettacolo. Man mano che nuove figure arrivavano, sempre più la torcia si ingrandiva.

Da dove provenivano? Non c’era una casa, non c’era una macchina. Sembravano comparire dal nulla, strisciando fuori dagli abissi di quella silente landa. Giuro che c’era da avere paura.

Raggiunto un numero cospicuo, le spettrali ombre iniziarono ad intonare un oscuro cantico e presero a danzare, di una danza sfrenata, sotto la pallida luna.

Un sabba di streghe? Una messa nera?

Colsi un rumore, sembrava vicino. Proveniva dal campo di grano.Mi avevano scoperto? Il sangue mi si gelò nelle vene. E lottando contro la forza, che tenacemente m’asseragliava al terreno, mi voltai. Nulla, non c’era nulla.

Lentamente tornai a guardare in direzione del falò: era scomparso.

Tutto finito, i canti, le danze, la pira. Le figure svanite, evaporate. Un brivido mi pervase. Facendo appello a tutte le mie forze, mi alzai di scatto. Lanciandomi in una disperata fuga tra gli arbusti. Ero certo che mi stessero inseguendo. Mi avevano scoperto ed ora mi volevano prendere. Sentì il loro fiato sul collo, i loro gelidi sguardi posarsi su di me. Le spighe sbattevano in faccia, sferzando contro ogni centimetro di pelle nuda. Urlai, ed urlai ancora. Urlai più forte che potei, ma nulla usciva dalla mia bocca.

Il grido strozzato in gola, sembrava morire come nel peggiore dei miei incubi.

Infine inciampai nel piccolo fosso, caddi e sbucai nel grande giardino.

“Gabriele, ma dov’eri finito?” m’apostrofò l’educatore.

“Sarà mezz’ora che ti cerchiamo, il gioco è finito, ma tu devi sempre esagerare”.

“Guardi, credo di aver visto qualcuno, laggiù, dopo il campo di grano” .

“Impossibile” - replicò - “Qua ci siamo solo noi, le case più vicine sono a diversi chilometri. Ora vai a dormire, gli altri ti aspettano”.

Buttai un ultima occhiata dietro di me, per poi dirigermi nel dormitorio.

Inutile dire che non chiusi occhio per tutta la notte.

Io qualcosa, in quel campo, quella notte l’avevo visto.

Ma nessuno mi credette.