La Fortuna

Capitolo VIII


Torniamo a noi.

Le risposte tardavano ad arrivare, e rimanevo ancora profondamente scettico su tutta quella esperienza. Eppure non nego che una parte, seppur piccola, di me, un po’ ci sperava che la grigia figura potesse avere la soluzione ai miei problemi.

Non sarebbe bello avere la cura dei propri turbamenti, a portato di mano?

Sarebbe davvero bello. Potete forse accusarmi per aver desiderato così a fondo la felicità? Per aver cercato una parvenza di equilibrio in questo travagliato periodo. No, non potete.

Il finale, io, già lo conosco, ma non abbiate fretta.

Rimanete ancora un po’ con me, che in questo periodo mi sento così solo.

Dunque, dove eravamo arrivati? A quale punto della sventura eravamo? Riprendiamo da dove avevamo lasciato, prima di perderci nei meandri della mia mente. Ascoltate con attenzione, perché da qui in poi le storie prenderanno una piega diversa. Liberi di credere che nulla sia successo. Liberi di credere che nulla sia reale, che sia tutto frutto della mia fantasia. Io d’altronde, al posto vostro, non darei ascolto neanche ad una di queste mie parole.


La cartomante gettò sul tavolo la carta con disprezzo, biascicando qualche parola in una lingua dimenticata. Improvvisamente si alzò di scatto, fece il giro della stanza più volte, ed infine tornò a sedere. Rimasi un attimo perplesso, non l’avevo ancora vista così nervosa. La visione di quella carta l’aveva evidentemente turbata.

“Quindi?”

“Quindi nulla, è uscita la Fortuna, ma non mi suggerisce niente di nuovo” -

“Come no?” chiesi confuso.

Non rispose.

“Scusi se mi permetto, è uscita la Fortuna, ma non mi sembra un periodo tanto fortunato. Qualcosa vorrà dire” .

“Insinuate per caso di essere sfortunato?” chiese in tono ironico. “No, però, il periodo non è dei più rosei, eppure le vostre carte dicono il contrario” - replicai.

“Ditemi, cosa c’è che non va? Il lavoro, fino a prova contraria, lo avete ancora, e se non verrete confermato, ne cercherete uno diverso, come fan tutti. La ragazza vi ha mollato? Sapete che tristezza, morto un papa, se ne fa un altro”.

Quelle parole mi presero in contropiede.

“Ora non fate quella faccia, come se avessi violato chissà quale tabù proibito. Mi parlate di sfortuna, ma io vedo solo cambiamenti. Siete fortunato eccome. Voi il male, la miseria, la disperazione, non li avete mai conosciuti. Vivete con un tetto sotto cui dormire, cibo in tavola, genitori ed una buona educazione. Mentre molti, questi privilegi, mai li avranno. Pensate a chi ha subito un lutto, pensate a chi è orfano, pensate a chi una famiglia non l’ha avuta. Pensate a chi viene picchiato o molestato: pensate a chi viene stuprato. Pensate a chi è in guerra, e pensate a chi patisce la fame. Siete credente ragazzo? Se si, allora, ringraziate quel vostro dio, perché quel che ha dato a voi, ha deciso di toglierlo ad altri!”

Mi stavo vergognando come un cane. Condividevo ogni singola parola di quello che aveva detto: ma c’era davvero bisogno di umiliarmi?

Dopo qualche attimo, si tornò a comporre. Quel moto che l’aveva animata fino ad un attimo prima, sembrava scemato.

“Scusatemi, non so cosa mi sia preso. Perdonatemi se vi ho offeso, ma capite cosa di cosa parlo?” rimase muta per qualche secondo, quasi a trovare la forza di proseguire il discorso. “Vi racconto una storia, perchè sia sicura che abbiate inteso”. Trasse un lungo respiro ed iniziò la novella.


“C’era un villaggio, sperduto in mezzo ai Balcani, popolato da qualche centinaio di anime.

Qualche vecchio casolare, ed una manciata di case, il paese finiva lì. Immaginatevi, i freddi inverni. Là, l’impervio clima continentale spaventava più della Morte con la sua nera falce. Mancavano, persino, le principali fonti di sostentamento: non un bosco in cui cacciare e la terra troppo brulla per coltivare. Inoltre, la lontana posizione dalle principali arterie commerciali non favoriva neppure il passaggio di stranieri. Lì, miseria e fame facevano da padroni.

Vedete il villaggio con me?

L’unico modo per sopravvivere era affidarsi alla bontà di un mercante. Egli, una volta al mese, passava a rifornire il paese dei beni principali. Il prezzo da pagare, però, era alto. Come pagamento, il gentiluomo, pretendeva sempre nuove concubine. Ed era dell’idea che più la ragazza fosse giovane più essa possedesse fascino. Non solo, ma era pure riluttante quando gli veniva offerta un’età dove i primi segni dello sviluppo già si facevano notare. Le madri piangevano quando l’amorevole sguardo del salvatore cadeva sulle proprie figlie.

Accettando di buon grado il pesante dazio, una volta con la pancia piena davanti al falò. I pesanti abusi portavano le più fortunate alla morte. Mentre le altre continuavano a vivere con la famiglia che meschinamente le aveva vendute. Non vi sto a spiegare che il cappio, spesso, sembrava loro un buon amico. Il cimitero di quel villaggio, portava nome di donna. Se si stava in silenzio, nelle notti di luna piena, si potevano udire i pianti di quelle creaturine. I cui spettri uscivano dalle tombe nel vano tentativo che il loro strazio non fosse dimenticato.

Un mese il mercante non passò.

L’intero villaggio dovette fare con quel che era rimasto dal periodo precedente, nella speranza che l’orrido salvatore tornasse per quelle vie. Egli non passò neanche il mese successivo, e neppure quello dopo ancora. I più deboli non resistettero, freddo e fame erano avversari temibili. Presto le giovani anime del cimitero ebbero nuova compagnia. L’uomo , però, è cinico di natura, questo si sà. Ed un modo di sopravvivere lo trova sempre. Gli anziani del villaggio strinsero un patto con gli antichi demoni della montagna.

Il paese mai fu così tanto pieno di viveri con cui cibarsi e dissetarsi. E quella che era una parca comunità che sopravviveva di stenti, divenne, ora, ingorda. Mi viene il voltastomaco a pensare al caro prezzo che si era dovuto pagare per quel ben di dio, e di come, ora, nell’opulenza e nell'abbondanza lo si buttava via. Dimenticandosi dei tempi bui in cui si era patita la fame: l’uomo non impara mai. Vedete, i freddi demoni non fecero altro che far notare ai saggi quella che era la soluzione più semplice. Una soluzione che era da tempo sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno, si era mai azzardato a proporre. Le donne del villaggio erano costantemente gravide. Ma in realtà, pochi erano i figli, che una volta partoriti fossero abbastanza forti per sopravvivere alle intemperie del luogo. La maggior parte dei nascituri non superava neanche la prima settimana. Così i mesti demoni, consiglieri del proibito, non dovettero che sussurrare, alle orecchie degli anziani, la soluzione che ormai era sulla bocca dell’intero villaggio. Bisognava far di necessità virtù, e si potevano risolvere due problemi in un colpo solo. Tutta quella carne sprecata, ed un cimitero che continuava ad ampliarsi. Sì optò per questa opzione”.


Un raccapricciante presentimento iniziò a serpeggiare nella mia mente.

Maledico ,ancora oggi, la mia curiosa lingua per ciò che domandai poco dopo.

Chiesi, quasi sussurrando, come avesse fatto, la megera, come ad entrare in conoscenza dei fatti. La risposta, anche se aspettata, mi percosse sino alle ossa.