Il Diavolo

Capitolo VII

Il giorno dopo mi svegliai con calma, avevo lezione alle dieci e trenta.

Feci colazione, le solite quattro fette biscottate e marmellata, rigorosamente accompagnate da succo d’arancia rossa. Poi solita routine: dopo una notte come la scorsa, una rinfrescata era il minimo. In fine mi vestì, mi infilai le scarpe ed uscì direzione università.

Tra una cosa e l’altra ero in ritardo: nulla di nuovo.

Decisi di non prendere la bici, c’era un bel sole ed avevo voglia di farmi due passi a piedi, al massimo avrei allungato la strada di cinque minuti. In aula in tempo non ci sarei comunque arrivato. Il polo è ad un paio di traverse da casa mia. Ma quella mattina, ci stavo mettendo più del solito. Percorsi, credo, una decine di vie ed, a essere sincero, non mi sembrava di essere mai stato in nessuna di esse. Volete dire che mi fossi perso di nuovo?

Arrivai in una viuzza, pareva tale e quale alle altre, tranne che per un singolo particolare: spiccava una grossa insegna in ferro battuto. Incuriosito, mi avvicinai. Giunto sotto di essa, notai, incisa, una scritta: Divinazione e cartomanzia.

Era l’antro del sogno?

Venni, subito, folgorato da un altro pensiero: dovevo farmi leggere il futuro. Così, controllai di avere qualche soldo nel portafogli, ed entrai.

Scesi per una piccola e stretta scala, sembrava di entrare in un seminterrato. Un odore, di incenso e spezie nauseabonde, arrivò alle mie narici. Mi trovavo in una specie di sottoscala, angusto ed umido. L’aria viziata era quasi irrespirabile. L’unico metodo d’illuminazione erano una manciata di candelabri sparsi qua e là per la stanza. Alcuni per terra, altri posati sopra mensole e scaffali. Procedetti con cautela.

La fioca e tremolante luce delle candele bastava per intravedere una trasandata tappezzeria purpurea e soprammobili dal gusto discutibile. Avanzai a tentoni sino al centro della stanza.

Qui un paio di sedie ed un piccolo tavolo. Seduta su una delle due sedie, una figura velata.

Sedetevi pure, posso fare qualcosa per voi?” dalla voce pareva una donna.


““Ho visto l’insegna e mi chiedevo se…”


“Si, leggerò per voi il futuro, siete pronto?”


“Si”


“Cominciamo allora”.


Così la cartomante estrasse un mazzo dei tarocchi da sotto la sua scura veste.

Lo posò sul tavolo e dopo avergli dato una veloce mescolata girò la prima carta: il Diavolo.


“Conoscete il diavolo, Gabriele?” non mi ricordavo di averle detto il mio nome.


“Guardi, non capisco a cosa si riferisce”.


“Mi spiego meglio, credete di aver mai incontrato il diavolo? “


Sorpreso per la strana domanda, risposi imbarazzato - “Insomma, credo che il signore degli inferi abbia cose più importanti che riguardino la sua persona” - al suono parole i suoi occhi, dietro l’oscuro velo, parvero brillare.

“Ecco, è proprio qua che vi sbagliate, ma del resto non è colpa vostra, è solo un fraintendimento. Voi, con diavolo intendete Lucifero, l’angelo caduto, regnante sul mondo dei morti. Ma al giorno d’oggi, c’è un abuso del vocabolo. Va disambiguato che, nella Commedia dantesca, quando si parla di diavolo, non si fa riferimento a Satana stesso, ma ai suoi demoni”. Cosa stava cercando di dirmi quella megera?

“Di diavoli, per concludere, c’è ne sono tanti, su questa Terra e sulla prossima. Essi assumono le più disparate forme per nascondersi agli umani. Alcuni assumono le sembianze di ladri, altri di assassini, di eretici o di pazzi. I diavoli sono dappertutto Gabriele, questo lo capite? Anche dove meno ve lo aspettate: sono nelle nostre strade, nelle nostre case, persino nelle nostre menti. Acquattati, nascosti, pronti a saltare fuori nel momento più propizio. A volte succede che si nascondono talmente bene, che se anche li aveste davanti ai vostri occhi, non li vedreste”.

Sorrise d’un sorriso malvagio.

Poi con calma, quell’essere si alzò, fece il giro del tavolo, sino a portarsi dietro la mia sedia.

Lentamente si chinò su me, adagiò la bocca al mio orecchio, e sussurrò parole taglienti come lame.


“Ora svegliatevi, avrete presto ben altri modi di dormire”.


Credetti seriamente di morire in quel momento.


“Ragazzo, tutto bene, sembra che abbiate fatto un incubo?”

Quella frase mi diede il voltastomaco. Quel posto mi dava il voltostomaco. Quell’essere mi dava il voltastomaco. Mi alzai di scatto e mi precipitai in bagno. Solo dopo aver rigettato tornai al mio posto, seduto al piccolo tavolo.

“Siete molto pallido, lasciate che vi dia qualcosa da bere” - disse, porgendomi un bicchiere di quella che sembrava acqua. Sgarbatamente la rifiutai. Non mi avrebbe più drogato. Non mi avrebbe più messo a dormire. Concesso che non stessi dormendo anche in quel momento.

Concesso che non stia dormendo anche adesso mentre scrivo.

Forse non sono altro che il frutto di un qualche strano sogno.


Magari proprio il tuo.


Sei tu sveglio o dormi? E ne sei così sicuro?

Vabbè meglio non pensarci, mi sembra di star perdendo il senno.

Mi pizzico la guancia, e mi rimetto a scrivere.

Che quel diavolo mi è entrato nella mente con quei suoi perversi giochi.