L'Appeso

Capitolo VI

Proseguiamo, con la prossima carta.

“Vedo che non c’è solo l’amore a tormentarvi, ma anche questioni materiali.

Casa, lavoro ed università: un nuovo inizio in un periodo di incertezza. Su questi argomenti i vostri pensieri si fanno più densi ed oscuri. Conoscete il significato dell’arcano Appeso?” chiese la cartomante. “No, non lo conosco.” replicai.

“È uno degli arcani più potenti, simbolo di instabilità e di ribaltamento dei ruoli. Questa è la vostra carta, questa è la vostra condizione. Chi caccia, sarà cacciato, chi è sano, passerà per matto e ciò che è materia del sogno, diventerà realtà. Da secoli i praticanti delle arti oscure si dilettano nella lettura della mente e dei pensieri: indagando i confini del regno onirico. Acconsentite a farmi entrare là dove l’accesso agli altri è negato? Dove persino le carte non riescono a vedere bene? Indagherò la fonte della vostra frustrazione.”

“Cos’è, una specie di analisi dei sogni?” - “Si, sogni, incubi, tutto è reale, e tutto è relativo, dipende come la volete leggere”. Adagiò, così, sul tavolo, un ampolla ricolma di fluido violaceo ed un bicchiere.


“Volete provare?”


Avevo fatto trenta, perché non fare trentuno?

Dunque nella vana speranza che mi potesse aiutare a capire qualcosa in più su questo periodo, acconsentì a farmi leggere i pensieri. ”Prego, rilassatevi e bevete, è un filtro magico”. Bevvi l’intruglio, che risultò decisamente alcolico, ciò mi provocò un conato.

“Chiudete gli occhi e sgomberate la mente, lasciate che gli spiriti parlino per voi”.

Il conato tornò più forte, mi piegai in due. Sopraggiunse la nausea, seguita da lancinante dolore. Il tutto accadde senza che la cartomante si curasse minimamente della situazione. Se ne stava lì, ferma, con gli occhi chiusi, a sussurrare sibilanti parole in non si sà quale maledetta lingua. “C’è un bagno?” chiesi, con un tono che suonava più una supplica, che come una vera domanda. Lei, sempre con gli occhi serrati, alzò le minute dita indicando un angolo buio della stanza. Ciondolante mi diressi verso la latrina. Spalancai la porta appena in tempo per rigettare. Non ho idea di quanto tempo passai lì dentro. Mi sembrò di avere lo stomaco in mano. Poi pian piano mi ripresi.

Dopo essermi lavato alla bene e meglio, tornai a sedere. La cartomante ora, aveva un'aria completamente diversa.

“Tutto bene?” domandò gioviale -

“Sì, credo di sì, ma cosa mi avete dato?” -

“Un’antica pozione celtica” rispose sicura, come se ci avessi dovuto davvero credere.

“Allora, siete riuscita a leggere i sogni? Cosa abita la mia mente?” chiesi concitato.

“In realtà nulla di sconvolgente” - tagliò corto - “Qualche storia macabra si, ma in fondo chi non fa incubi? Certo però, uno è abbastanza singolare: quello in cui siete muto”.

Un brivido mi pervase, era vero, era uno dei miei sogni più ricorrenti di quel confuso periodo.

Proseguì, poi, con la descrizione dell’incubo.

“Parlo di quello in cui vorreste urlare, ma una mano invisibile vi ferma, vi muta.

Simbolo del vostro blocco davanti ai problemi. Problemi che a voi pesano come macigni, ma che in realtà sono poca cosa. Problemi che vanno affrontati, e superati, altrimenti rimarrete per sempre fermo in questo triste limbo”.

Per qualche secondo rimasi stordito, non vi nascondo che me la stavo facendo letteralmente sotto. Quella donna mi era entrata nella mente. La sentivo dentro, nei pensieri, nelle ossa.

Ed in quel momento volevo urlare, urlare più forte che potevo, e scappare da quell’antro maledicendo il momento in cui ho deciso di entrarci. Ma qualche strana forza mi tratteneva lì. Poi improvvisamente qualcosa mi toccò la spalla.

Trasalì, e girandomi di scatto gridai. Gridai più forte che potevo. Gridai per liberarmi dai miei problemi, dagli incubi che mi attanagliavano in quel periodo.

Aprì gli occhi, ed il volto della mia condanna era proprio lì che mi guardava.

”Tutto bene ragazzo?” non risposi alla figura velata.

“Sono più di dieci minuti che ti sei chiuso nel bagno. Tutto bene?” ribadì la cartomante.

Lentamente ripresi conoscenza: ero coricato nella latrina.

Mi ero immaginato tutto?

Stavo delirando?

Eppure, ero sicuro di ciò che avevo visto.

“Sù, venite, alzatevi e tornate a sedere, vi preparo un pò d’acqua”, quelle parole suonarono sincere. Mi porse un bicchiere, e dopo un breve controllo, lo tracannai.

Un po’ mi ristorò.

“Non preoccupatevi, non vi ho drogato, era solo un intruglio corretto, ed a volte può dare complicanze” - ero ancora molto confuso.

“Ho visto che avete sognato, un incubo a giudicare dalla vostra pallida faccia” -

“Uno dei peggiori, sembrava reale” - poi, come in un deja vu, tornai a chiederle che cosa avesse visto nella mia mente.

“Nulla” - rispose secca - ”Sapete com’è, dopo aver bevuto siete corso subito in bagno!” Dunque era vero: mi ero immaginato tutto.

La strega proseguì: Ma se ancora vi ricordate quel che avete sognato, potrei comunque provare ad interpretarlo” - risposi sinceramente - “Guardi, era tutto confuso, credevo di essere sveglio, qui con lei ed invece…” -

“Capisco, gli incubi dove non si distingue la realtà, dal mondo dell’onirico. Beh, quelli, sono i peggiori, perché di natura ingannevole. La soglia del reale, come quella tra sanità mentale e pazzia, è molto più labile di quel che si pensa. A volte ci sembra di vivere qualcosa, eppure è un sogno, altre volte ci sembra di dire la più inattaccabile delle verità, eppure nessuno ci prende seriamente. La difficoltà sta nel capire dove finisce l’immaginazione, ed inizia il tangibile. Vi potete illudere di vivere avventure al limite del fantasmagorico, mentre ve lo state meramente inventando. Potreste persino parlare di queste vostre esperienze. Potreste raccontare a qualcuno di essere entrato nell’antro di una strega, e che lei vi abbia letto il futuro. Ma nessuno vi crederebbe. Solo voi lo fareste, perché le risposte che vi do, non sono altro che le risposte che volete sentire. Siete molto spaventato, ecco cosa leggo nei vostri pensieri, e lo vedo bene, perchè anche io sono tra essi, frutto della vostra malata mente.

Ma non posso rassicurarvi, non più perlomeno. Perchè io non sono reale, e voi avete dormito fin troppo”.

Di colpo mi svegliai, sudato, a letto, in camera mia. E questa volta, mi svegliai per davvero.

Accesi la luce, come faccio dopo che rinvengo dai peggiori incubi. Mi alzai e guardai fuori dalla finestra, i miei vicini erano ancora svegli, si sentivano gli schiamazzi. Tornai a coricarmi. Ero ancora scosso, ma il fatto che ci fosse gente vigile vicino a me, mi rassicurò. Spensi la luce.

Era ancora notte fonda ed il sonno non tardò a riportarmi dolcemente tra i sui flutti. Passai il resto della veglia quieto, almeno per quel che mi ricordo.

Quello fu il sogno più strano della mia vita, sino ad oggi.