La Giustizia

Capitolo IX

Ero ancora un po’ frastornato, quando la strega riprese con la lettura dei tarocchi.

“La Giustizia: bilancia del costante equilibrio, tra logica e caos, tra luce ed ombra.

Non sempre il bene arriva per primo, il male gioca in casa su questa Terra.

La carne debole cede alle tentazioni del maligno, ed egli si impossessa dell’uomo.

I demoni vengono evocati, gli spettri dal torbido sonno destati.

Lo leggo nelle carte, il buio abisso vi spaventa, cosa non mi raccontate?

C’è qualcos’altro oltre ai problemi di cui già mi avete parlato. Qualcosa nella vostra testa. Qualcosa che non vi da pace. Che nascondete, forse, anche a voi stessi” - terminò la cartomante con fare da inquisitrice. “Non nascondo nulla, non ci credo a queste cose, agli esorcismi ed agli spettri” - mentì.

La fattucchiera guardandomi con aria perplessa, sorrise beffarda.

“Vi ripeto, mentire a me, è come mentire a voi stessi. Farò finta di credervi, se questo volete. D’altronde, siete entrato nell’antro di una zingara per farvi prevedere il futuro”.

“Guardi che davvero non ci credo a queste cose. Però non lo so, al buio il mondo prende una prospettiva diversa, e la mia mente si affolla delle creature più bizzarre. Non so cosa possa nascondersi nella mia testa. So solo che ci sono eventi che davvero, logicamente, non riesco a spiegare, che non riesco mettere in fila. Ci sono cose che non hanno senso, e sono quelle che più mi terrorizzano. Non so se esista un logico corso degli eventi, una Giustizia divina. So solo che se esiste un senso che regna su questa Terra, a volte, si dimentica estendere le sue regole a tutto il creato.

E per intenderci vi racconto di uno questi fatti.


Era una sera d’inverno di qualche anno fa, avevo appena iniziato il liceo.

Un mio amico ci aveva invitati a dormire a casa sua, i suoi erano partiti e non voleva passare la notte da solo. Eravamo in tre, credo.

Cena alla pizzeria al taglio dietro all’angolo, rigorosamente per spendere poco, veloce giro in centro, poi dritti in casa a vedere un film dell’orrore. Finito il film, per stemperare il clima, rimanemmo nel soggiorno a giocare ai videogiochi. Facemmo le ore piccole.

Era parecchio tardi quando un boato ci scosse.

Sembrava che un enorme pezzo di vetro fosse andato in mille pezzi. Subito pensammo che qualcuno, rompendo una finestra, fosse entrato in casa. Nessuno fiatò nei minuti seguenti, eravamo tutti paralizzati dalla paura.E con l'orecchio teso aspettavamo la prossima mossa del ladro. Un passo, un sospiro, un qualsiasi cosa, a prova che le nostre paure fossero fondate. Così passò qualche tempo.

Non mi ricordo chi fu il primo ad interrompere il silenzio, ma il piano d’azione era chiaro: dovevano andare in perlustrazione.

Casa del mio amico è divisa su quattro piani.

Noi eravamo nel soggiorno al primo piano, la zona notte ed il bagno erano al piano superiore, lo studio ed un piccolo terrazzo in mansarda. Infine al pian terreno sottoscala, cucina ed ingresso. Decidemmo di iniziare la ricerca dal reparto notte.

Ci armammo coi vecchi ferri del camino, presenti in soggiorno, e facendo appello a tutto il nostro coraggio andammo in cerca dell’intruso.

Ci dirigemmo in fila verso le scale, salimmo in fretta cercando di non fare rumore.

C’era da raggiungere l’interruttore della luce, ogni piano aveva il proprio.

Arrivati al secondo piano, la tensione era alle stelle. Una rapida occhiata ed un veloce scatto nel piccolo corridoio. Luce accesa: tutto sereno.

Procedemmo all’ispezione delle camere, rimanendo sempre tutti uniti.

Avevo una paura tremenda.

Le finestre erano però tutte intatte, chiunque fosse entrato non lo aveva fatto da lì.

Ora era il turno della mansarda. Di nuovo ci trovammo in fila per le strette scale, e l’avventura procedette. Lo studio, a causa della sua struttura, permetteva un'ottima illuminazione anche al buio. Questo a causa della presenza di una grossa porta finestra che comunicava col balcone. Qui potemmo verificare, senza troppo difficoltà, che nessuno si nascondesse. Infatti, la grossa e pesante vetrata era ancora integra. Abbandonammo la stanza, lì nessuno era passato, anche il mobilio era tutto a posto. Arrivati a quel punto, la conclusione poteva essere solo una: quel rumore proveniva dal pian terreno.

Percorremmo le rampe a ritroso, nella notte tutto taceva.

Scendemmo tutti gli scalini.

Eravamo nel buio del piano terra, luogo del nemico.

Non ci pensai due volte e corsi a premere l’interruttore.

Un’occhiata in cucina e nell’ingresso. Le pesanti porte in vetro che davano sul giardino erano intonse. Dietrofront verso l’uscita che dava sul retro. Anche qui nulla. Per scrupolo aprimmo persino la porta. Ci ritrovammo in strada, con la fredda aria invernale a schiaffeggiare le gote delle nostre facce provate.

Richiudemmo i pesanti battenti dietro di noi. Ancora non capivamo quell’individuo da che parte potesse essere entrato. Ma rimaneva ancora l’ultima stanza da controllare: il piccolo sottoscala. Se qualcuno fosse entrato, non poteva che essere lì. Lo avevamo in pugno, oppure lui aveva noi? Davanti alla porta il cuore batteva all’impazzata. Io avrei aperto, poi gli altri sarebbero balzati dentro coi ferri. Il cuore scalpitava, le gambe tremavano, l’adrenalina era a mille.

Uno.

Due.

Tre.

Apro: nulla.

In quel piccolo sottoscala non c’era nulla.

La gioia per la buona novella, subito lasciò spazio ad un nuovo e più preoccupante pensiero.

Se non c’era un ladro, perché un ladro era appena stato appurato che non ci fosse.

Cosa c’era, quella notte, in quella casa?

Se nessuno era entrato, cosa aveva potuto causare quel rumore?

Un fragore così forte, non ce lo potevamo essere sognato. O quantomeno non tutti insieme.

Ma lo avevamo sentito tutti, e per di più nello stesso momento. Ci doveva per forza essere qualcuno, e questo qualcuno si era nascosto. Questa era l’unica soluzione plausibile, ci convincemmo.

Tornammo su per le scale.

Disperatamente aprimmo armadi, ricontrollammo le finestre.

Cercammo ovunque la fonte di quel terribile rumore, nel bagno, nelle camere da letto, nello studio. Era passata più di un’ora da quando avevamo iniziato le ricerche, ed ancora nessuna risposta, neanche un indizio sulla fonte di quel maledetto boato. Alla fine abbandonammo la ricerca, optando per tornare in soggiorno e distrarci. Riprendemmo con chiacchiere e videogiochi.

L’aria, però, era ancora pesante: tensione si poteva tagliare con un coltello.

Pensavamo tutti alla stessa cosa.

Io ogni tanto buttavo un occhio in corridoio per monitorare la situazione: nessuno era tranquillo. Facemmo scorta di acqua per la notte, e portammo lì i sacchi a pelo. Non si sarebbe più usciti dalla sala sino al sorgere del sole: questo era il dictat.

Qualcosa era con noi in quella casa, ma non eravamo ancora riusciti a capire cosa.

E la mente vagava tra le più surreali ipotesi.

Presto però, mi venne da far pipì. Inizialmente la trattenni, poi dovetti arrendermi.

Urgeva il bagno. Raccolto tutto il mio coraggio, percorsi il corridoio e giunsi davanti alla porta del bagno. Presi fiato ed entrai dritto, senza guardare il grosso specchio, posto sopra il lavandino. Odio guardare gli specchi, ho sempre paura di vedere qualcosa dietro di me.

Feci la pipì, velocemente tirai l’acqua e mi ricomposi, pronto per uscire. Ma questa volta non resistetti, buttai l’occhio allo specchio. Non vidi nulla, ma nel vero senso della parola.

Chiamai tutti a raccolta: l’arcano era svelato.

Il grosso specchio era caduto e s’era rotto in mille pezzi dentro al lavello.

Finalmente potemmo andare a dormire. Il clima si stemperò, ci scherzammo su. Finimmo le ultime partite ai videogiochi: la palpebra iniziava a calare in quella beffarda notte. Il primo cedette, il secondo pure, ed io per ultimo mi coricai. Spensi le luci, mi sdraiai e tirai su la coperta del sacco a pelo. Solo allora, il buio, maligno consigliero, calò intorno me.

Ed ad occhi chiusi feci un ultimo pensiero.

Nel bagno, quando avevamo controllato la prima volta, lo specchio era appeso ed integro.

Non poteva esser caduto prima.

Ma quando giunsi a questa conclusione, le tenebre del sonno già mi avevano preso.